Le cose che vedi

 Ho composto frasi di porcellana

Ho composto frasi di porcellana

 Fino a te

Fino a te

 Sarà allora solo questo mio leggere i fondi

Sarà allora solo questo mio leggere i fondi

 Mi mangio la mia strada via da qui

Mi mangio la mia strada via da qui

 Impastami questa paura con il pane

Impastami questa paura con il pane

 Chiuditi bimba, torna tonda e da uovo sii sasso

Chiuditi bimba, torna tonda e da uovo sii sasso

 Armati per quando la quiete ritorna

Armati per quando la quiete ritorna

 Armati per quando la quiete ritorna

Armati per quando la quiete ritorna

 Il corpo l’ultimo posto in cui nascondermi

Il corpo l’ultimo posto in cui nascondermi

 Ho sognato la mappa, l’incrocio d’ossa

Ho sognato la mappa, l’incrocio d’ossa

 In sogno mi pareggi le unghie

In sogno mi pareggi le unghie

 E poi non scelgo più ma sto seduta e aspiro forte

E poi non scelgo più ma sto seduta e aspiro forte

 E poi non scelgo più ma sto seduta e aspiro forte

E poi non scelgo più ma sto seduta e aspiro forte

 Succede dentro agli occhi che tu affiori

Succede dentro agli occhi che tu affiori

 Sono la carta scoperta la rima perduta

Sono la carta scoperta la rima perduta

 Ti vedo mia negli occhi fessure dei sogni

Ti vedo mia negli occhi fessure dei sogni

C’è un fotogramma, un pezzo di cinema che è entrato nell’archivio immaginifico delle ultime generazioni: è quella bambina dal cappotto rosso, così chiaramente stagliata, addirittura ritagliata, su una pellicola dalle tonalità dei grigi (nei colori ma anche nei contenuti) che in “Schindler’s List” è diventata emblema dell’infanzia rubata, perché dipinta di violenza e ingiustizia.

Il simbolo, quando riconoscibile, diventa icona di valori assoluti che vale più del linguaggio scritto o parlato.

Quando simbolo, linguaggio e immagine s’incontrano il racconto si fa mezzo unico e ineguagliabile per narrare storie che da personali diventano universali.

Una bambina di spalle con un cappotto rosso e un uovo ai piedi su uno sfondo che è mare cielo e terra insieme, compongono un’immagine forte sia per contenuti che per impatto visivo: gli scatti di Alessandra Baldoni sono calamite che attraggono e respingono per loro fisica natura.

C’è Cappuccetto rosso e il bosco, c’è Alice con i sogni racchiusi nella teiera del Cappellaio matto, c’è Biancaneve e la sua mela che è amore e morte insieme. Che siano eroine di fiabe dell’infanzia o donne infinitamente sole di fronte a spazi incontaminati, i soggetti sono composti dall’artista in inquadrature di inusitata bellezza.

Gli attori sono personaggi consapevoli – non c’è finzione, compostezza semmai – in equilibrio tra solenne staticità corporea e sentita vibrazione emotiva.

Il loro essere così enigmatico, per certi versi perverso, acquista la dolcezza di un animo irrequieto, sensibile e attento celato in quelle righe che come pagine di un diario accompagnano l’intimo viaggio dell’occhio della fotografa.

I set di questo perturbante immaginario visivo sono campiture di una natura selvaggia e familiare: boschi, mare, prati, foglie secche in autunno, cieli contrastati, da pittura romantica. La cifra stilistica è la saturazione cromatica, a mettere in luce gli opposti (rosso-verde, luce-ombra, vita-morte, realtà-sogno) e la linea di demarcazione dell’orizzonte visivo.

I soggetti sono così fortemente decontestualizzati da apparire in tutto il loro inquietante realismo: gli sguardi, quando non fuggono in pose di spalle, catturano l’attenzione di tutta l’estensione dell’inquadratura. Seppure non pensata per fini puramente ritrattistici, la forza dei loro occhi è riconducibile all’iperrealismo, per certi versi brutale, del grandangolo di Diane Arbus che, come poi il neorealismo cinematografico italiano, coglieva nei volti di persone comuni la cruda realtà.

Ma Baldoni ha l’animo e lo spirito ben saldi nel suo tempo e non sono solo i contrasti digitali a ricordarlo, bensì quel senso di solitudine e irrequietezza, che nel XXI secolo prende corpo in forme di alto valore estetico.

Le sue “messe in scena” più che tableux vivant ottocenteschi sembrano frammenti di uno story board di fine millennio, ovvero quadri di sapiente formalismo e disinvoltura visiva dove i dettagli, l’equilibrio e la compostezza dell’immagine non sono lasciati al caso; eppure anche quando l’ordine compositivo è estremo non si sfocia mai nel mero godimento estetico.

Queste sceneggiature sono l’azione statica di una personale esperienza che Alessandra Baldoni vuole trasmettere e spiegare per garantirne universalità di senso. Siamo di fronte ad attori di sceneggiature incompiute che cercano qui la loro collocazione come pirandelliani soggetti di un teatro dell’assurdo.

“Ciò che veramente importa non è tanto l’attimo privilegiato, quanto individuare una propria realtà; dopo di che, tutti gli attimi più o meno si equivalgono”. Ugo Mulas

Ma non solo. C’è la natura, dai colori forti e i contrasti netti, su cui la figura umana si muove, solitaria, sempre pervasa da un senso di inquietudine e malessere. Immobili fanciulle vibrano su paesaggi di un’eco sublime (la quiete è solo apparente) con cieli minacciosi e drammatici o guardano con sfrontatezza l’osservatore. I lavori di Alessandra Baldoni sono il frutto di una ricerca che è spinta da una innata e recondita necessità di fermare l’attimo – “scelto” tra milioni di altri attimi – e di renderlo eterno con la sua “impressione”. La sua è un’emergenza più che un bisogno: la fotografia è, come lei stessa racconta in un’intervista, “il mezzo per immortalare il mondo, per raccontarlo e raccontarsi” come tutti i momenti che compongono le vite personali, laboratori di storie in continua evoluzione.

È sempre il racconto l’oggetto e il fine di queste istantanee: scatole cinesi che sono contenitori e contenuto insieme nell’atto di svelare infiniti e differenti “s-punti di vista”.

Luca Beatrice

Un villaggio pieno di segni (L’odore del tempo)

di Antonella Sbrilli

“Esiste… qualcosa nell’aria, come una speciale trascrizione del tempo, un odore del tempo, che viene avvertito da persone diverse”. È una frase pronunciata dal regista polacco Krzystof Kieślowski, autore del Decalogo e di altri folgoranti film sulla condizione umana, a proposito di una poesia della sua conterranea Wisława Szymborska, Amore a prima vista.

Il regista e la poetessa non si conoscono, non hanno nulla a che fare l’uno con l’altra, non hanno nessuna influenza reciproca, eppure – continua Kieślowski – “sentono come importante nello stesso tempo una stessa cosa, pensano che la stessa cosa possa costituire l’oggetto di una poesia o di un film. Come questo succeda non lo so”.

Come questo accada non lo sa probabilmente nessuno, ma l’idea dell’odore del tempo, avvertito a distanza e trascritto con mezzi diversi da persone che non hanno nulla a che fare, è una di quelle idee avvincenti, che permette di tirare dei fili nel vasto disordine del contemporaneo, costruendo ponti precari ma necessari fra le forme e le espressioni.

Guardando alcune delle foto di Alessandra Baldoni (che è anche poetessa) pare di sentire nell’aria qualcosa, la stessa aria che attraversa alcuni film di M. Night Shyamalan, regista nato in India e attivo negli Stati Uniti.
Che la fotografa abbia visto The Village, dove una comunità vive per scelta in uno spazio segregato dalla civiltà attuale, impedendo ai più giovani di superare il recinto per mezzo di mostri fantoccio, o che abbia visto Lady in the Water, dove una ninfa acquatica appare nella piscina di un condominio, in cerca di protezione, non è un dato importante.

Quello che sorprende è trovare, captato e trascritto, lo stesso “odore del tempo” nelle ragazze e bambine riprese da Alessandra Baldoni al limite della radura, ferme sul sentiero, sul bordo di polle d’acqua dolce, impigliate in fili immaginari.

Il regista e la fotografa dicono qualcosa che è nell’aria per entrambi, sentono come importante una stessa cosa. Che cosa sia non si può (né si deve) dire con esattezza, ma ha a che fare con l’imperativo di preservare uno spazio per l’anomalia. Suggerire un recinto, invisibile ma stabile, alloggiato negli stessi luoghi del presente, dentro cui appoggiare ciò che eccede la vita normale, l’inquadramento quotidiano, la freccia del tempo; in cui ricoverare la perdita, la paura, ma anche la bellezza. Le figure nelle foto indossano panni e accessori vintage, che alludono a favole antiche e moderne e dialogano con le frasi dei titoli, che rimandano a una tradizione intimamente umbra, di santità non priva di dolente perversione.

Insieme, le foto e le parole di Alessandra promettono questo spazio anomalo, non lontano dal proprio villaggio.