Atlas

 Atlas (1)

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 Atlas (2)

Atlas (2)

 Atlas (3)

Atlas (3)

 Atlas (4)

Atlas (4)

 Atlas (5)

Atlas (5)

 Atlas (6)

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 Atlas (7)

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 Atlas (8)

Atlas (8)

 Atlas (9)

Atlas (9)

 Atlas (10)

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 Atlas (11)

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 Atlas (12)

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 Atlas (13)

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 Atlas (15)

Atlas (15)

 Atlas (15)

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 Atlas (17)

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 Atlas (18)

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 Atlas (19)

Atlas (19)

 Atlas (20)

Atlas (20)

 Atlas (21)

Atlas (21)

 Atlas (21)

Atlas (21)

Già dal titolo, Atlas, si comprende come la ricerca di Alessandra Baldoni si ponga in una relazione di continuità con il celebre Bilderatlas dello storico dell’arte Aby Warburg:  atlante di immagini (dedicato alla dea  della memoria Mnemosyne),  dove lo studioso tedesco esplorava le sopravvivenze e le permanenze, le latenze e le ritornanze dell’arte figurativa  occidentale. Ma  l’opera di questa autrice rimanda pure  a un grande autore come Gerhard Richter, che nel suo Atlas (work in progress dal 1962) fa confluire immagini trovate e scattate da lui stesso, schizzi  e ritagli di giornali, creando nuovi rimandi e connessioni che riannodano tra loro varie dimensioni temporali. Alessandra Baldoni non segue però un approccio antropologico e storiografico come quello di Warburg, il quale, a partire da immagini esistenti, le riconnetteva secondo una logica dialogica basata sulle sopravvivenze. E neppure ha un’attitudine enciclopedico-classificatoria: lei non vuole catalogare e mettere in ordine, ma creare nuovi accostamenti che ridiano vita al rapporto tra passato e presente, tra storie e vissuti, tra natura e interiorità.  Le immagini che organizza tra loro in dittici e trittici non sono  trovate, bensì create. Si presentano come un lavoro della riflessione e dell’immaginazione, della ricerca   e del ritrovamento. Sono  il frutto di una strategia visiva libera e senza vincoli,  dove un’immagine diretta e documentaria  può stare accanto a un’altra nata da una messa in scena costruita con cura; una fotografia scattata in museo di storia naturale si ritrova vicina a quella di un paesaggio nuvoloso; e la figura un uccello impagliato se ne sta accanto al dettaglio di un dipinto…  La sua è una collezione  di emozioni, una mappa ramificata e stratificata di analogie capaci di evocare stati d’animo, sogni e ricordi sospesi tra meraviglia e inquietudine, turbamenti e incantamenti.

Essenziali ed evocative, le immagini di Alessandra Baldoni, s’impongono allo sguardo per la loro forza magica e perturbante. Pervase da una sottile inquietudine, costruiscono una sorta di costellazione dove ogni opera rimanda all’altra, senza trasformarsi  in una narrazione precisa e afferrabile. Nel frastuono della comunicazione la voce delle sue opere non s’impone con la forza chiassosa dell’evidenza, ma  grazie a una tonalità sommessa e penetrante che le sottrae a ogni facile interpretazione e le trasforma in un dispositivo oscillante tra svelamenti e nascondimenti, apparizioni e occultamenti.

Simili a frammenti sospesi in un tempo dilatato e  inattuale, le sue fotografie  sembrano indugiare lungo una linea di confine  dove il passato s’intreccia con il presente, dove s’intersecano vita, finzione, arte, silenzi, paesaggi, natura, vissuti, sogni e ricordi.  Ciascuna immagine è un micro-racconto misterioso e sussurrato che si lega a un altro mini-racconto attraverso assonanze e somiglianze sotterranee, persistenti. Oppure, in altri termini, ogni fotografia sembra farsi simile al verso di una poesia che fa rima con un altro verso, e magari con un altro ancora.  Come nei racconti di Sharazād anche nelle immagini di  Alessandra Baldoni non c’è mai un finale, ma una sorta di interruzione/apertura verso altri viaggi dell’immaginario, verso altre possibili narrazioni che s’inoltrano nei recessi della memoria e avanzano verso il futuro.

Le sue fotografie compongono dunque una sorta di cartografia in divenire di un mondo fatto di accostamenti e legami sottopelle, carichi di rimandi e di echi in tensione tra loro. Sono un viaggio tra le nascoste e dimenticate corrispondenze tra uomo e natura, tra un passato persistente e  un presente sospeso, che non è l’oggi e neppure l’altro ieri. Lei usa le immagini come le carte da gioco dei tarocchi: ogni immagine accostata a un’altra suggerisce nuove letture interpretative, nuovi percorsi del pensiero. Non si arriva mai a una verità definitiva: sono fotografie che si offrono come enigmi da interrogare, come inviti a ritrovare  percorsi  interiori, quasi fossero segreti posti in evidenza.

di Gigliola Foschi