CATINO AZZURRO DI STREGA

CATINO AZZURRO DI STREGA

Di Roberta Panichi

Le superstizioni vedono nel simbolo del nastro legato tra i capelli di graziose fanciulle, un deposito di invidie, un sedimento di malelingue, motivo per cui ogni tipo di vanità femminile, sia essa fisica o intellettuale, veniva interpretata come un segno malefico di strega.

Sciogliere un nodo è il gesto atavico della sconfitta sul male.
Catino azzurro di strega è un verso di una poesia di Alessandra Baldoni in cui si rievocano riti e scongiuri con una profonda speranza nel domani, lo stesso domani che rincorre la sposa bianca immersa nell’accumulo di detriti.
Basta storie di carta, immaginazioni impalpabili e polverose, la realtà è un punto in movimento e bisogna rincorrerla senza sedimentarsi, è quello “spazio errante” dove tutto può accadere, in quel continuo mutare dove finalmente “impareremo a cadere”.
La giovane donna sulla “Sindone” di Ilaria Margutti, scioglie dinanzi a noi il nodo del nastro bianco, quasi a volersi liberare di un pesante fardello, lasciando la traccia di lei “ora” e “prima di ora”; una sorta di strega moderna, non quella dei malefici, ma di colei che assurge ad essere “altro”.
Slegando quel nodo, si libera dai ruoli convenzionali e traforando la pelle del proprio corpo nel mondo reale, l’entità schiude il suo Essere, offrendo in dono la consapevolezza alla vita.
Le due artiste intrecciano la propria indagine espressiva con la sensibilità femminile, alla ricerca costante di un’identità di genere, non riferita unicamente alla donna, ma alla società intera.
Un modo di creare relazioni che ridefiniscano ruoli e confini solo all’apparenza circoscritti, rivelandosi così, provvisori e variabili.
Senza alcuna critica, in uno status obiettivo, il loro lavoro si focalizza sulla trasformazione del proprio essere.
Una consapevolezza del sé ottenuta mediante la sperimentazione artistica, come strumento di conoscenza, come atto di auto-riflessione, attraverso l’indagine del proprio vissuto, in costante tensione con l’esterno.
Alessandra e Ilaria rievocano indirettamente quella poetica coraggiosa proveniente da molte artiste a loro care, le quali dopo gli anni del femminismo, riqualificarono il concetto di “corpo” della donna al di fuori dei canoni prefissati dai tradizionali ruoli sociali, usando quell’arte che si fa linguaggio in una comunicazione intima e corale insieme.
Il corpo della donna è il centro del mondo, un corpo non ancora completamente libero, qui percepito come un’entità che riguarda tutti, universale e a volte residuo di arcaiche pretese e di irrazionali prese di posizione.
Il filo appartiene popolarmente alla manualità delle mansioni femminili e al ruolo passivo della Penelope in attesa del proprio Ulisse. In questo caso l’abilità viene completamente stravolta e si fa medium espressivo dell’ identità, prolungamento del proprio essere, incontro tra le pieghe cucite, con il percorso doloroso della vita, nel tentativo di instaurare relazioni con l’esterno mediante intrecci e trame complesse.
Le Esistenze si aprono come fiori di carta, documentate da pose scandite estrapolate da favole di un sottobosco poetico e tragico insieme, dove il femminino si perde in una mitologia fragile e guerriera. Un dialogo che si relaziona in un duplice scambio al femminile, raffrontando nel medesimo spazio, due artiste che sentono forte l’urgenza di comunicare il proprio cammino, un cammino dove “l’arte deve essere accanto, addosso, prossima alle persone, deve restituire un desiderio, un bisogno, una speranza”. (Alessandra Baldoni)