Senza polvere senza peso

 senza polvere senza peso (1)

senza polvere senza peso (1)

 Senza polvere senza peso (2)

Senza polvere senza peso (2)

 Senza polvere senza peso (3)

Senza polvere senza peso (3)

 Senza polvere senza peso (4)

Senza polvere senza peso (4)

 Senza polvere senza peso (5)

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 Senza polvere senza peso (6)

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 Senza polvere senza peso (7)

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 Senza polvere senza peso (8)

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 Senza polvere senza peso (9)

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 Senza polvere senza peso (10)

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 Senza polvere senza peso (11)

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 Senza polvere senza peso (12)

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 Senza polvere senza peso (13)

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 Senza polvere senza peso (14)

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 Senza polvere senza peso (15)

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 Senza polvere senza peso (16)

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 Senza polvere senza peso (17)

Senza polvere senza peso (17)

 Senza polvere senza peso (18)

Senza polvere senza peso (18)

Senza polvere senza peso
di Silvia Camporesi

A partire dalle suggestioni trovate nella visione dell’ Atlas Mneomosyne di Aby Warburg, Alessandra Baldoni prosegue con questo intenso ciclo una modalità lavorativa già presente nel suo lavoro da molti anni: è del 2002/2004 la serie Storie in cui abbinava in sequenze di immagini in bianco e nero che raffiguravano stanze di hotel e dettagli delle città nelle quali soggiornava.
Nel caso di Senza polvere senza peso, lavoro commissionato, l’artista esplora i musei archeologici e di storia naturale della sua amata regione per poi trovare connessioni con volti, altri elementi naturali “viventi”; ciò che ora giace nei musei o nei relativi magazzini ed è per sua natura polveroso – materiale che ha perso il suo iniziale peso specifico (come un fossile o un scheletro) – si trova a rivivere nella dimensione del dittico o del trittico, assieme a ciò che ha vita e peso, un volto, un albero, un lago.
L’effetto è poetico, spiazzante, ed ogni volta sorprende vedere l’abilità dell’artista nell’estrapolare le forme essenziali dei soggetti individuati nei musei per poi abbinarli a qualcosa che nasce dalla messa in scena, come nel caso dei dittici contenenti ritratti, o ad altri soggetti presenti nel paesaggio, nei luoghi che lei stessa attraversa quotidianamente o nelle strade che percorre per raggiungere i musei. E’ una mappa che si sovrascrive poeticamente ai luoghi reali, creando una nuova sintassi, un diverso ordine in cui la disposizione delle cose non è fatta per gradi geologici, ma per forma esterna, per colore, e per come l’artista stesse vede la stabilità del tempo e le sue mutazioni.
Il tempo dunque non scorre in modo lineare, ma va avanti per sussulti e per strani sottintesi legami che vivono in una dimensione onirica, surreale, sentimentale.
Con questi diciotto abbinamenti l’autrice ci regala un nuovo capitolo che prosegue con coerenza ed efficacia visiva il precedente Atlas, una visione poetica di malinconica forza e bellezza che parla di “piccoli oggetti superstiti, sopravvissuti ad un naufragio, memoria di un mare che non c’è più e che ora ci racconta del suo destino”. La fotografia che si allunga sul tempo, un tempo fatto di ere geologiche, e arriva fino a noi sotto forma di presente, di frammento tangibile, accostato al suo omonimo contemporaneo.